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Diario Spirituale

Dai Preti di Stato al Salto di Fede

3 minuti

Ignorando l’aspetto psicologico, Søren Kierkegaard ha approfondito il tema dell’ angoscia riassumendolo nel sentimento delle possibilità.

Con il capolavoro del 1844, “Il concetto dell’ angoscia“, il pensatore danese, angustiato dal fare più che dal conoscere, cerca una verità che possa consentirgli di vivere e di morire nella Ragione Cristiana, distaccandosi dai sacerdoti di Stato, formulando una delle sintesi più celebri della letteratura e della filosofia, definendo l’angoscia la vertigine della libertà.

Ritratto di Søren Kierkegaard. Copenaghen 5 maggio 1813 – Copenaghen 11 novembre 1855 filosofo e teologo danese.

La paura è questione diversa dall’angoscia. La paura e il timore si concentrano su qualcosa di reale, su un pericolo o un nemico; l’angoscia sopravviene dal nulla, non mette a fuoco la causa che la scatena e sperimenta il turbamento delle infinite possibilità di Kierkegaard. Secondo il filosofo, questo pathos asfissiante non dipende dai fatti, salta fuori dopo

aver capito che decidere è una faccenda privata che risponde a un impegno inatteso, soggettivo e non pianificato.

Alla base delle riflessioni dello scrittore, l’idea di vertigine scaturisce dallo sporgersi eversivo che s’avventura nei meandri di scenari imponderabili e inaccettabili dalla pubblica opinione.

IL SALTO che fuga l’ angoscia

Nell’ ambiguità attuale della tradizione religiosa e delle sacre trascrizioni, l’ ammutinamento ideale dalla morale ufficiale, il rischio e l’ autonomia comportamentale svecchiano la condotta e l’atteggiamento etico, creando opportunità e condizioni non necessariamente comode, le quali, tuttavia fendono la foschia tramandata nei secoli.

L’inadempienza verso l’ imperativo legato agli usi e alle consuetudini assume pertanto le caratteristiche di un risveglio, che attira e spaventa al tempo stesso. Diventa un desiderio da respingere e una disubbidienza che attrae, affascina e spaurisce virtualmente.

Diviene l’angoscia che fomenta la poesia, l’arte e la teoria; creatività che, finché essa vi alloggia, staziona attorno all’ammirazione senza fare da sprone, frenando l’azione, rinunciando alla Conoscenza.

E’ la storia delle arti e dei modelli religiosi che sciupano la profezia e si trasformano in terapia quando l’ angoscia sale intollerabile, il conformismo conforta e la morale rassicura le masse.

L’ ansia allora ha la meglio e stringe a sé ogni teoria che equivale a un’opinione, mentre la vertigine sale, tormenta e

LA SOLUZIONE IN ALTO

Monumento a Kierkegaard
– Copenaghen –
“Altro è essere principe, conte, milionario ecc. e altro è diventare qualcosa di grande. La prima cosa si può conciliare con l’essere cristiano. Ma quando non si è qualcosa di grande per nascita, ma si è cristiani, è impossibile diventare qualcosa di grande nel mondo. Per diventarlo bisogna immergersi nel mondo, cosa che, per il fatto di essere cristiani, non è lecito”

trattiene. Quando mancano appigli, assicurazioni e si accetta il rischio per abbattere la sensazione della vertigine, Kierkegaard confida nelle forze divine, nell’ Assoluto, in Dio.

In questo modo l’ angoscia non si autogenera e il nuovo sé comincia ad affiorare nella realtà che incombe sullo strapiombo.

Lo status quo è ansiogeno secondo il filosofo, dilaziona e ripropone stantia l’ immagine dell’ uomo e della donna che, seppure fatti a somiglianza di Dio, escono ed entrano

ciclicamente dai portoni delle chiese petrine, ossequiano l’etica e il cerimoniale cristiano ma non emulano, né imitano Cristo nudo sulla croce.

IL SALTO DALLA MORALE ALLA FEDE

Il passaggio dall’ angoscia stantia al salto temerario non avviene per una spinta razionale. Le cose di Dio appaiono in parte secretate, in parte segrete fino alla fine dei tempi e in parte imparate di continuo.

Il teologo di Copenaghen scrive che il salto dalla morale alla Fede richiede somiglianza, non osservanza; reclama il rischio dell’impopolarità, del discredito e dell’esecrazione che accompagnano una condotta di cieca fedeltà al Sacro.

Non occorrono i battesimi, le cresime o le eucarestie dei funzionari della Chiesa, ma istanti di genuina libertà irrazionale che scivolano dentro la Verità. Solo in quel momento tutte le opinioni, tutte le ciarle e tutte le infinite possibilità svaniscono e lasciano il posto alla Nuova Realtà.

Michele Arcangelo
Michele schiaccia satana
di Guido Reni 1636

Nei testi gnostici, Michele Arcangelo è una figura di confine. Nell’ apocrifo di Giovanni, Michele non è un Eone del Pleroma, ma un funzionario del demiurgo. Parte di queste memorie gnostiche definiscono l’ Arcangelo uno dei sette poteri che contribuiscono a creare il corpo di Adamo, un “carceriere” e un delegato del mondo inferiore.

Cielo delle stelle fisse, riflesso dell’ottava sfera ogdoadica del sistema aristotelico-tolemaico di Copernico e di Keplero

Nelle correnti gnostiche medioevali come nel Bogomilismo, Michele è invece identificato con l’Eone Cristo prima della Sua incarnazione, il Figlio di Dio che scende per sconfiggere il demiurgo. Nel Pistis Sophia, Michele è il difensore dei cercatori della Verità. E’ colui che protegge l’anima dall’ aggressione arcontale nel periglioso percorso verso il Pleroma.

Opposta la visione di Origene che, nel perduto “Diagramma degli Ofiti”, mappa cosmologica gnostica, Michele è rappresentato con il volto di un leone essendo uno dei guardiani che l’anima deve superare per liberarsi dalla densità della materia.

Michele Arcangelo
Michele schiaccia Lucifero
Raffaello Sanzio 1518

Se per il cristianesimo ortodosso Michele è il guerriero dell’apocalisse fedele a Dio, l’ Arcangelo e l’ “Angelo di più alto rango“ che combatte il male, i principati e i governi del mondo, nello gnosticismo è un personaggio Giano Bifronte, per un verso servitore ignaro del demiurgo, per un altro potente alleato dello gnostico che accompagna l’ anima nell’ impegnativo ritorno alla Dimensione originaria.

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