Luigi Maria Grignion de Montfort (XVIII sec), sacerdote in terra di Francia, é stato uno dei principali fautori del culto mariano. La dedizione del santo nei riguardi della Madre del Signore fu tale che la sua opera maggiore il “Trattato della vera devozione alla Santa Vergine” é considerato paradigma dei modi per la devozione alla Vergine.
LE CINQUE VERITA’ FONDAMENTALI DI MONTFORT
- 1. Gesù Cristo, nostro Salvatore, vero Dio e vero uomo, deve essere il fine ultimo di ogni nostra devozione. Diversamente sarebbe devozione falsa e ingannatrice. […]
- 2. Da ciò che Gesù Cristo è nei nostri confronti, bisogna concludere con l’Apostolo che noi non ci apparteniamo più, ma siamo totalmente suoi, come sue membra e suoi «schiavi» comprati ad un prezzo infinitamente caro, a prezzo cioè di tutto il suo sangue.
- 3. Di solito le nostre migliori azioni sono macchiate e corrotte dalle inclinazioni cattive che sono in noi. […] È perciò importantissimo vuotarci di quanto in noi c’è di male se si vuole acquistare la perfezione che si trova soltanto nell’unione con Gesù Cristo; altrimenti Nostro Signore, che è infinitamente puro e odia all’estremo anche la minima macchia nell’anima, ci allontana da sé e non si unisce a noi.»
- 4. È cosa più perfetta, perché più umile, non accostarsi da soli a Dio senza un mediatore.[…] Infatti, non senza motivo, Dio ci ha dato dei mediatori presso la sua Maestà. Ha visto la nostra indegnità e incapacità ed ha avuto compassione di noi. Per renderci accessibili le sue misericordie, ci ha provvisti di intercessori potenti presso la sua Maestà. Ebbene, trascurare tali mediatori e avvicinarsi direttamente alla santità di Dio senza alcun appoggio, è mancare di umiltà e di rispetto a un Dio così eccelso e così santo. […]
- 5. Data la nostra debolezza e fragilità, ci è molto difficile mantenere le grazie e i tesori ricevuti da Dio.
La composizione enuclea cinque regole secondo le quali l’atteggiamento del credente dinanzi a Dio, al Signore e soprattutto alla Vergine Maria, si rivela una devozione autentica, grazie ad una inflessibilità delle regole che anche il disordine dei tempi moderni suscita nel religioso vigile e premuroso verso la sua anima.
Una sintesi superficiale dei precetti del presbitero francese si riassume nel dogma che Dio è il fine ultimo di ogni affezione e che l’uomo non si appartiene, in quanto totus Suus [(tutto Suo) tutto di Dio].
Un detto che replica sostanzialmente il motto “Totus tuus” [Tutto tuo (tutto di Dio)], del pontefice Giovanni Paolo II, in una interpretazione dell’essere umano che Montfort auspica schiavo perché comprato ad un prezzo infinitamente caro, al prezzo della maledizione del Figlio di Dio in Terra, e che troverà la perfezione nell’unione con Gesù Cristo.
Il Signore, in realtà, ha compiuto e compie con lo Spirito Santo tutto il necessario per riscattare l’umanità dalla maledizione, fino a diventare lui stesso maledizione, al fine di restituire l’opportunità al mondo di essere Giustizia di Dio per la barbarie subita in croce.
Gesù ha adoperato la maledizione una volta soltanto e “toglie la vita ad una pianta di fico” seccandola. Anatema rivelato nell’episodio vangelico che spiega in forma allegorica la potenza della Fede contro la corruzione ai tempi di Cristo e nei confronti di una morale dissipata dal malcostume che non produce più foglie.
Matteo 21,19 Vedendo un albero di fichi lungo la strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: “Mai più in eterno nasca un frutto da te!”. E subito il fico seccò“.
Albero di Fico, che torna a germogliare nel vangelo di Marco, in quello di Luca e di Matteo nella profezia “Quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte” (Matteo 24, 32 – 35).
Versetti per i quali l’annuncio del Nuovo Testamento urbis et orbis, la decadenza etica e le devastazioni schiudono a Dio i cieli del pianeta.
Di lì a poco, una seconda definitiva maledizione basterà a Dio a rendere spoglia la Terra dal male, mentre “… Il Regno dei Cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo“. (Matteo 25, 1-13)
Cinque di esse erano stolte e cinque sagge. Infatti, parte di loro s’era premunita ed aveva rifornito d’olio le lampade, l’altra invece non s’era curata dell’arrivo dello Sposo, trovandosi con le fiaccole spente.

Un rituale d’epoca in base al quale la sposa viene accompagnata nella casa dello sposo da un corteo di 10 vergini che stringono 10 fiaccole. Metafora per cui Lo Sposo è il Signore che tornerà senza che se ne sappia né il giorno né l’ora.

Racconti sinottici e parabole in perfetta successione cronologica che fanno presa su una realtà fattiva dove simboli e immagini si prostrano al diavolo nell’estremo tentativo di mantenere il governo del mondo, condannandolo in questo modo alla perdizione.

Satana tuttavia non è dotato dell’infinita lungimiranza del Signore; del resto, financo un simbolismo mediatico senza identità si presta a Dio e soprattutto ai credenti e ai giustificabili per riconoscere il male e potersene allontanare.
La Parabola delle dieci vergini nello specifico del contesto ha avuto un’influenza enorme sull’arte gotica, sulla scultura e sull’architettura delle cattedrali francesi.
A Strasburgo le vergini stolte appaiono con il demonio che ha un braccio piegato al fianco e l’altro flesso con in mano una sfera;
espressioni d’un simbolismo perverso e capriccioso di “grande attualità” che smaschera strategie subdole e artifizi malevoli, ratificando al tempo stesso il messaggio degli evangelisti e l’ineluttabilità del Giudizio Finale.
Il contenuto dell’articolo ha usufruito dei commentari biblici, dei vangeli canonici e apocrifi, ma rimane opinione e/o sintesi di un cristiano, non di un teologo
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