In chi scrive, almeno nei pensieri e per gradi insorge l’idea della caduta rovinosa d’un sistema più o meno affidabile e nel quale giocoforza ci si è trovati catapultati, che sui traguardi delle nuove tecnologie pareva realizzare cose molto importanti sul piano collettivo.
Emerge invece spontanea la raffigurazione d’un sistema goffo, che scivola sui suoi stessi obiettivi che, paradossalmente, da sé scorge il suo punto d’arrivo e fattivamente un punto di non ritorno.
La caduta ha infatti scavato un cratere profondo nelle incontaminate capacità di giudizio finora sopravvissute alla realtà circostante, e i richiami del diritto positivo e di tutta la cultura del mondo appaiono non più sufficienti a dirigere l’umanità.
Un finale, in potenza globale, innescato dal crollo della fiducia verso quelle infrastrutture ritenute essenziali non ancora ufficiale, che si insinua inesorabile nell’animo dei più coscienti, laddove il cieco, il disonesto il responsabile, il vile ostinatamente seguitano a negarlo.
Probabilmente, l’inadeguatezza dei soggetti che le comunità comunali, regionali e nazionali per volontà, per indolenza o per ricatto hanno allocato ai “posti di comando” ha contribuito a produrre quella che di fatto é ora una situazione di grave imbarazzo, di pesante difficoltà pubblica e di dissolutezza delle istituzioni.
Effettivamente, se le posizioni nella politica hanno conseguenze di vasto raggio, l’utilizzo dei poteri e dei mezzi di rilevanza pubblica non sono da meno, e quando anche ridicolmente, senza una “ragione etica” implicitamente si viene colti nella flagranza di comportamenti lesivi ai danni di un qualunque privato cittadino, nessun governo e nessun soggetto giuridico dovrebbe ignorarlo, assumendosene in primis la responsabilità davanti al “tribunale” di Dio, senza appello.
E’ di tutta evidenza infatti che una società malsana non ha timore delle corti di giustizia, mentre al contempo, l’assenza di moralità dovuta al degrado etico e culturale dei consessi sociali concede ad una vasta platea la perpetrazione continuativa di reati che talvolta si alimentano per il recupero difficoltoso delle prove, come nei delitti subdoli legati alle figure penali, perlopiù evanescenti, della violenza psicologica, del bullismo che spesso inducono al danno psicologico e/o psichico o financo all’induzione al suicidio nei casi di vittime non compiutamente strutturate sul piano mentale.
D’altro canto, poiché l’impressione complessiva di questo precipitare costitutivo è accompagnato da note e manifestazioni che spettano alla sfera della cristianità e del trascendente, al medesimo tempo è offerta l’occasione per una reazione che trova suggerimenti nelle opere di San Paolo. Nel primo secolo, in lettera ai Romani 2,14, l’apostolo del Signore scrive:
“quando i pagani, che non hanno la Legge, per natura agiscono secondo la Legge, essi, pur non avendo Legge, sono legge a sé stessi“.
I versi alludono alle coscienze che tendono a Dio pur non avendone storia. I pagani nei primi secoli dopo Cristo si chinavano a molteplici forme divinatorie, ciò nonostante per natura o per Grazia taluni di loro dimostravano una condotta sorridente alla cristianità nel mirino dell’impero romano.
Dunque, la consapevolezza di un fatto in grado di ledere il bene comune, anche se non emerge punibile per il diritto positivo, non può essere legge e ad ogni modo dà l’abbrivio al primo passo di un cammino di rinnovamento delle coscienze e degli ordimenti giuridici.
A contrario, con l’ironia che meglio si addice al momento in cui si vive, anagrammando la citazione di San Paolo di Tarzo, noto ai credenti con il nome battesimale di Saulo, si potrebbe scrivere : quando i popoli che hanno la legge, per natura agiscono contro la legge, essi, pur avendo la legge, non sono legge.
Tout court, chi per natura agisce contro legge non può essere fonte di legge, rappresentativo della legge, né di ispirazione pubblica.
La legge non necessita soltanto di un periodo di vacatio per essere esecutiva, ma anche di un atteggiamento e di una condotta che confermino la Ragione per cui è stata scritta, la Ragione ellenica che Giovanni richiama in apertura del suo vangelo in greco, Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, (da leggersi: En archè en o logos) con il significato : In principio era la Ragione.
Author: V
Il contenuto dell’articolo ha usufruito dei commentari biblici, dei vangeli canonici e apocrifi, ma rimane opinione e/o sintesi di un cristiano, non di un teologo






