Il peccato originale ha corrotto ogni aspetto della vita umana, per questo non esistono persone buone e senza l’aiuto di Dio l’umanità sarebbe perduta. Dichiarazione editoriale fondata sull’evidenza empirica e sulla dicotomia che separa calvinismo da arminianesimo.
Secondo una di queste correnti teologiche nessuno è in grado di evitare la dannazione eterna senza la volontà di Dio, mentre altre riflessioni teologali reputano che il libero arbitrio è la chiave di volta sulla quale poggia la salvezza.
Per un verso si tende ad enfatizzare la scelta, per l’altro si accentua l’indipendenza sovrana del Signore sul destino finale degli uomini e delle donne, per cui l’efficacia espiatoria della croce non esercita alcuna funzione liberatoria senza la partecipazione attiva del singolo.

Gesù in questo modo nasce e muore per tutti ma salva soltanto chi lo segue.
Giovanni 10: 26,27
“Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono“.
Al modello teologico dell’espiazione della croce, universale ed illimitata, si oppone quello per cui all’origine della creazione Dio avrebbe distinto l’umanità tra eletti e dannati.
Il Signore in questo caso sarebbe morto solo per alcuni e non per altri, esercitando un’espiazione parziale e limitata della crocifissione, oltre ad una predeterminazione degli eventi futuri, in base alla quale gli esseri umani sono predestinati alla felicità o al castigo eterno.
Riducendo ai minimi termini, l’idea di espiazione parziale della croce presuppone che si é scelto Dio perché Lui per primo ha scelto noi.

Di conseguenza, sulla scia dei movimenti calvinisti, chi è scelto non é in potere di rinnegare una Grazia perché nessuno è in grado di rifiutare la chiamata di Dio.
La capacità di accogliere o meno il soccorso dello Spirito Santo distingue allora gli eletti dai non eletti, formalizzando la dualità tra Grazia irresistibile e Grazia resistibile, corollari rispettivi del calvinismo e dell’arminianesimo, entrambi relatori del rapporto tra la Sovranità che appartiene a Dio ed il libero arbitrio.
In questo contesto, l’angelo che annuncia la fine dei tempi spiega a Giovanni che la vittoria finale di Dio sul maligno deve essere raccontata qualunque sia la condotta che gli uomini terranno fino allo switch off del mondo dalla vita terrena a quella eterna.
Apocalisse 22,11:
“Il malvagio continui pure a essere malvagio e l’impuro a essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora“
é versetto dell’opera escatologica per antonomasia che ratifica buona parte dell’idea calvinista, quasi a suggellare la predestinazione di uomini e donne al Regno di Dio, il che conforta nella resistenza verso le forze del male.
Nell’impossibilità fattiva di definire o meno la supremazia del libero arbitrio sulla sovranità di Dio o di anteporre Jacobus Arminius a Giovanni Calvino, entrambi contribuiscono ad una interpretazione sub specie aeternitatis dell’esistenza, ad una lettura sconfinata del reale.
Infatti, se anche Calvinismo e Arminianesimo suppongono carogne non elette ed eletti salvati dalle carogne, ambedue guardano a Dio che, onnisciente, conosce quel futuro dove le intenzioni umane non sono in contraddizione con la predestinazione, perché appartengono ad un progetto inaccessibile che il Creatore soltanto comprende nei minimi dettagli.
Il contenuto dell’articolo ha usufruito dei commentari biblici, dei vangeli canonici e apocrifi, ma rimane opinione e/o sintesi di un cristiano, non di un teologo
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