Simbolismo e realismo tra declino e giudizio terreno
Le arti pittoriche di Courbet e di Moreau esprimono un teso contraddittorio sul modo di significare la realtà. Il primo, come cercatore della bellezza, sebbene fino alla morte abbia rivendicato libertà esteriore ed interiore, appare preda del contingente e circoscrive la sua attenzione al presente.

Moreau, al contrario, combina mito e cristianità all’interno di un audace sincretismo tra cultura biblica e orientale restituendo all’osservatore una via d’uscita trascendente, che supera l’esperienza sociale e veicola nell’affettività senza tempo.
Le arti antitetiche di Moreau e Courbet vengono sottolineate dalle reciproche dichiarazioni che riguardano le figure angeliche. Gustave Courbet diceva: “Dipingere gli angeli ! Chi ha mai visto angeli !” , Gustave Moreau, all’opposto, affermava: “Credo solo a ciò che non vedo e unicamente a ciò che sento“.

ad illuminare il mondo, 1868
Per un verso, la realtà e la verità sono sincrone e confinate al tempo in cui si vive, per l’altro il simbolismo precursore di Moreau riconsegna al visitatore quella libertà ermeneutica che diventa strumento di spiritualità che accompagna a Dio.
Tuttavia, la filatrice di Courbet è lì, a dire che non ci sono visioni e, se l’allegoria devia dal reale, i comportamenti e gli aspetti naturali del quotidiano devono prevalere.

Oggigiorno, che niente sembra resistere se non il dormicchiare di estesi cumuli di collettività per causa della dominante narcotizzazione di massa, il messaggio pittorico di Courbet affiora eufemistico, esasperato e svuotato a tal punto da depotenziare l’intima e più emancipata analisi introspettiva che l’amore per la Parola e le arti secondo i contenuti e lo stile di Moreau possono favorire.
Di per sè, il desiderio e la ricerca di Dio, come la confidenza con Dio, includono l’amour des lettres (Papa Benedetto XVI) e per le arti espressive, per cui la realtà e la storia, anche attraverso i simboli di un affresco, di un acquerello o di un dipinto, sono in grado di semplificare il passaggio da ciò che è secondario ad un livello più alto di percezione, a ciò che è essenziale.
La corsa al sepolcro inizializza il Giudizio Finale
Peraltro, nel XVII secolo accanto alla mitologia ibrida di Moreau e al realismo di Courbet, James Tissot, dopo la personale evoluzione spirituale che lo ha condotto in Terra Santa e nel profondo della cristianità, concede all’osservatore di elevare l’esame ottico delle rappresentazioni del Vecchio e del Nuovo Testamento dal naturale allo straordinario grazie alla cura del dettaglio, dei particolari e del simbolismo latente che rilascia un significato universale.

Così, nel dipinto di Pietro e Giovanni che accorrono al sepolcro vuoto, l’artista francese tratteggia l’andatura affannosa degli apostoli che, nel soffiare intenso del vento, personificano l’angoscia discesa sull’umanità dopo la crocifissione di Gesù e la tragedia della prima parusia in un contesto plumbeo, proprio dello stile apocalittico delle scritture sacre di Giovanni, degli evangelisti e dei libri profetici, che preannunciano il giudizio di Dio.
Il simbolismo salvifico che separa dalla legge
In una fase storica in cui la materialità e l’invadente volgarità di massa saccheggiano modelli ideali e valori morali, l’autonomia delle forme e dei simboli che l’artista francese introduce nella sua arte pittorica consentono di guardare ciò che va oltre l’opera stessa e di coglierne una prospettiva interiore che si aggiunge al mondo circostante, fino ad accompagnare verso una realtà secessiva.

D’altro canto, le proiezioni escatologiche dei libri apocalittici e del Nuovo Testamento alludono al Giudizio Finale come ad uno stadio dell’esistenza che separa, che divide per sempre bene e male, mentre attraverso la conoscenza del mito del dipinto affiora il messaggio salvifico e soprannaturale che trascende tutte le religioni.
Nel Mosè esposto sul Nilo, presentato all’Esposizione universale del 1878, Moreau esprime la necessità di leggi giuste perché trovano nella regola di Dio la loro Costituzione, deduzione per cui i testi sacri in contrapposizione alla Parola di Dio non sono legge e che la possibilità di norme irrevocabili disconosce la relazione tra fede e ragione.
Il contenuto dell’articolo ha usufruito dei commentari biblici, dei vangeli canonici e apocrifi, di testi ed encicliche del pontefice Benedetto XVI, ma rimane opinione e/o sintesi di un cristiano, non di un teologo.


