IPOTESI ICONOGRAFICA DELLA DOPPIA CROCE

L’ ipotesi della doppia crocifissione del Signore e di Maria Maddalena non si basa sull’identità religiosa , ma sull’accusa di correità in eversione dell’ordine politico
Quando Gesù visse, tra il 4 a.C. e il 30/33 d.C., i cristiani non erano ancora giudicati un gruppo religioso separato dai culti pagani. Non esistevano né reati, né pene confessionali che potevano essere inflitti ad entrambi.
Gesù, Maria di Magdala e l’intera comitiva dei discepoli erano una delle tante correnti del giudaismo e rappresentavano una religio licita, una religione autorizzata, che consentiva al gruppo cristiano di usufruire della protezione legale concessa agli ebrei dall’Impero Romano.
L’ accusa e il Titulus Crucis “Re dei Giudei” divennero la motivazione ufficiale della condanna a morte nella fattispecie dei “summa supplicia ” che, oltre la crocifissione, comprendevano il rogo o la damnatio ad bestias.
Nel I secolo queste condanne erano ascritte anche ai ribelli politici colpevoli di crimen laesae maiestatis e furono comminate per il peso politico raggiunto dalle Due Autorità del gruppo messianico.
la doppia croce

L’ iscrizione sulla croce INRI, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, fu pertanto la giustificazione di una condanna
che non aveva riscontro con una diretta ed effettiva attività rivoltosa dei coniugi Cristo e Maddalena.
Alla domanda diretta “Sei tu il re dei Giudei ?“, Gesù risponde nei tre Vangeli sinottici “Tu lo dici“.
la letteratura biblica
Giovanni 19, 23
23 I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato -, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.
La tunica tessuta senza cuciture era un indumento pregiato ai tempi della crocifissione, un capo di abbigliamento indossato sia da uomini che da donne sotto la toga o il mantello.
Era in uso ai ceti sociali benestanti e ai sommi sacerdoti, fatto che realizza la profezia del salmo 22,19 dell’ Antico Testamento,
“si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte”
composto tra l’undicesimo e il quarto secolo avanti Cristo.

Il filosofo francese Jean Paul Sartre, che aveva ribattezzato Tintoretto “Le sequestré de Venise”, “Il rapito di Venezia”, scrisse a proposito della Crocifissione della Scuola Grande di San Rocco del pittore veneziano : “Questo squarcio giallo del cielo sopra il Golgota il Tintoretto non l’ha scelto per significare l’angoscia, né tanto meno per provocarla: esso è angoscia e, a un tempo, cielo giallo“, il colore dell’oro, simbolo di lucentezza divina, nobiltà e perfezione metafisica, dei tessuti preziosi e dei riflessi setosi.
LA TUNICA O MARIA ?
Giovanni 19,24
24Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”. Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte. E i soldati fecero così.
IL BUON LADRONE O MARIA ?
Luca 23, 39 43
39I due malfattori intanto erano stati crocifissi con Gesù. Uno di loro, insultandolo, diceva: Non sei tu il Messia ? Salva te stesso e noi. 40 L’ altro (Maria Maddalena ?) invece si mise a rimproverare il suo compagno e disse: Tu che stai subendo la stessa condanna non hai proprio nessun timore di Dio ? 41 Per noi due è giusto scontare il castigo per ciò che abbiamo fatto, lui invece non ha fatto nulla di male. 42 Poi aggiunse: Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo Regno (Maria Maddalena ?). 43 Gesù gli rispose: Ti assicuro che oggi sarai con me in Paradiso.
RICORDATI DI ME (Luca 23, 42)
NOVA VULGATA
Et dicebat: Iesu, memento mei cum veneris in regnum tuum
VANGELO CANONICO
Poi aggiunse: Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo Regno
IL VERBO MEMINI
Nella letteratura latina il verbo memini, da cui l’imperativo evangelico memento, è generalmente associato alla dimensione della lealtà e della giustizia morale. E’ il tener fede ad un patto e ad una promessa che connette la mente e sostiene il cuore, un contesto etimologico che stride nelle parole di un delinquente comune.
In realtà, dal testo di San Girolamo e dalla versione lucana, il piglio della Maestra gnostica sembra attraversare il tempo:
“….Tu che stai subendo la stessa condanna non hai proprio nessun timore di Dio ? “
il Dies irae, di tommaso da Celano
Allo scrittore francescano Tommaso da Celano è attribuita l’opera del Dies Irae, I giorni dell’Ira del XIII secolo. L’ inno è una delle sfumate associazioni artistiche della figura di Maria Maddalena con quella di Disma, il Buon Ladrone della tradizione che rafforza il tema del pentimento e della misericordia all’avanzare del Giudizio Universale.
Testo originario dal Dies Irae
Qui Mariam absolvisti,
et latronem exaudisti,
mihi quoque spem dedisti.
testo tradotto dal dies irae
Tu che assolvesti Maria,
ed esaudisti il ladrone,
anche a me desti speranza.
L’ accostamento di Disma a Maria è insolito e sibillino. Accomuna due figure bibliche antitetiche per spessore storico. Tuttavia, all’ossequio della tradizione ortodossa cristiana che assimila due tipologie di peccatori redenti in articulo mortis e dopo una profonda conversione, fa eco la tecnica del messaggio subliminale nello stimolo testuale e nel rispetto della Verità e della coscienza intellettuale dello scrittore italiano.

Nel dipinto a lato, “Il Buon Ladrone” noto come San Disma di Michelangelo Cerquozzi, databile tra il 1620 e il 1660, la figura rappresentata è quella di un uomo,
ma i tratti stilistici generano indubbiamente un’ ambiguità visiva di genere.
Il focus sulla muscolatura, i capelli lunghi e scuri, l’estasi sincretica della sofferenza è un’estetica barocca contemporanea all’opera e richiama l’androginia eonica riflessa dai santi e dai martiri.
due nel ricco sepolcro

Il Signore sepolto con il ricco
Isaia 53,9
È stato sepolto con i criminali,
si è trovato con i ricchi nella tomba.
Eppure non aveva commesso alcun delitto,
non aveva ingannato nessuno.
Il capitolo 53,9 di Isaia è una delle profezie messianiche più esplicite sul martirio. La Scrittura anticipa la morte e la risurrezione di Gesù e della Sua Compagna di circa 700 anni.
La profezia indica che, nonostante il Messia fosse innocente e di umili origini, era destinato ad una fine ignominiosa tra i criminali e che la Sua sepoltura sarebbe avvenuta in un luogo associato alla ricchezza.
Giovanni 19,38-41
Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. 39 Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. 40Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. 41Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto.
Secondo l’apocrifo di Pietro, di notte i soldati di guardia alla tomba videro due uomini avvolti da splendore. Le due figure scese dal Cielo si avvicinarono al sepolcro e la pietra che lo chiudeva rotolò via da sola. Poi i due entrarono nella tomba.
I soldati poco dopo videro tre uomini uscire dal sepolcro: due di loro sorreggevano il terzo (Maria Maddalena ?) seguiti dalla croce (Il Signore ? ) che rispondeva di aver fatto in Terra quanto richiestogli.
I soldati corsero da Ponzio Pilato e gli raccontarono l’accaduto ma, su richiesta dei religiosi ebrei, Pilato ordinò ai soldati di non dire a nessuno quello a cui avevano assistito.
LA TOMBA DI FAMIGLIA
Il possesso di una tomba a camera scavata nella roccia era un privilegio riservato alle famiglie dell’aristocrazia o dell’alta borghesia e non esclude che Maria Maddalena e il Signore siano stati deposti insieme nel medesimo sepolcro.
GIUSEPPE D’ ARIMATEA DISCEPOLO DI NASCOSTO
Secondo la tradizione la tomba sepolcrale non apparteneva alla famiglia di Gesù, ma a Giuseppe di Arimatea, un uomo ricco, membro del Sinedrio e del consiglio supremo degli Ebrei.
Dalle fonti è descritto il discepolo segreto o più semplicemente pavido.
Costui, che era vicino alla corrente farisaica, per timore delle ritorsioni del Sinedrio non manifestava solidarietà al gruppo messianico pur essendo discepolo.
L’ ortodossia cristiana spiega che la donazione della tomba fu il tentativo di Arimatea di espiare il rimorso di coscienza per non essersi opposto alla crocifissione, ma la paura del Sinedrio di fatto svanì dopo l’assassinio di Cristo e Maria.




