Sicut Deus de Caelo delapsus videre et tangere potes, sicut aliqui in Terram delapsus non possum

Vivere significa resistere al male

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Un maestro della Fede come Joseph Aloisius Ratzinger, asceso al ministero petrino con il nome di Papa Benedetto XVI, scriveva in una delle sue riflessioni che l’umanità è chiamata a resistere al male. E dunque vivere è resistere al male, perché molte sono le espressioni del maligno che coabitano a fianco dell’uomo.

Peraltro, sono pressanti i fatti nella storia che raccontano delle atroci persecuzioni che hanno duramente ferito il popolo dei fedeli a Dio fin dall’era precristiana.

D’altro canto, il primo obiettivo del male è provocare l’odio in chi lo subisce, in maniera che le schiere degli angeli caduti possano colmare i confini del dominio terreno di satana.

Infatti il male è della Terra, non é del Regno dei Cieli, né un cristiano/a è una creatura del mondo ma di Dio. Ne deriva che vivere significa essere uomini e donne di Dio. In un certo qual modo chi cammina con Dio nell’oscurità del mondo non è un terrestre, introduce un limite a tutto ciò che è distruttivo, amplia illimitatamente le proprie potenzialità umane nell’ultraterreno che scaturiscono dalla Promessa e dal Nuovo Testamento.

In effetti, che la religione sia nell’alveo degli esiti di una rivoluzione legittima o di una guerra ingiusta, è essa stessa pubblicazione del potere dei più forti, rimane pertanto una fede mondana. Nella fase cruciale della seconda guerra mondiale, lo scontro tra Russi e nazionalsocialisti alternò la dittatura nazista a quella comunista, il che capovolse gli assetti etici e geopolitici e delle varianti cristiane, ma cosa ben più importante testimonia oggi e nel tempo coloro che sono morti senza intrattenersi nella rete del male per farsi salva la vita in Terra.

Il profeta Daniele, sul primo esilio degli Ebrei ad opera del Re di Babilonia Nabucodonosor II, avvenuto tra il VII e VIII secolo a.c., narra della resistenza al male di tre giovani davanti alla fornace babilonese:

sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace di fuoco ardente e dalla tua mano, o re. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d’oro che tu hai eretto“.

La statua d’oro nel XXI secolo è la corruzione, il malcostume, la superficialità, la vigliaccheria che sgorga copiosa dalla miscredenza e dall’indifferenza, è l’ignoranza più becera che alberga nelle anime perse di un Dio perlopiù massmediatico fattosi carne, anime che ardono dal desiderio di essere persone del mondo.

Un Dio mondano se promulgasse equità sociale, imparzialità o giustizia, sarebbe Dio, punto e basta. Dunque nessuno eccetto Dio salverà quello che di buono è al mondo.

Benché il male sia certamente detestabile, i cristiani non sono sulla sfera celeste del sistema solare con altri otto pianeti per odiare, ma per resistere al male ed unirsi nell’attesa che il Regno di Dio venga attuato, coscienti che Gesù è precipitato nell’inferno dell’inaudita sofferenza senza mai mostrare alcuna reazione scomposta, senza mai sottomettersi alla deviante tirannica e ideologica dei cesari dell’antica Roma pagana.

Sul tema, Papa Benedetto XVI, in occasione del viaggio ad Auschwitz il 28 maggio 2006, contro ogni forma di odio cita il salmo 23,4 :

Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza“.

Il vincastro è il ramo di salice e vimini, detto anche vinco ed al quale è aggiunto il suffisso -astro in senso peggiorativo, ovvero il bastone che veniva utilizzato dai pastori per guidare il gregge, ma anche per allontanare dalle pecore animali temibili come i cani randagi o i lupi, quasi ad alludere alla provvidenza che assiste i più deboli, al giudizio finale che peserà doloroso sugli empi.

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